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La percezione dell’ambiente antropizzato si è sviluppata attraverso il dominio del senso della vista e dell’udito a discapito degli altri sensi e delle possibili interazioni fra essi. Già nella Grecia classica il senso della vista aveva un importanza primaria per il processo di conoscenza: Platone e Aristotele consideravano la visione come la più importante facoltà dell’uomo perché più vicina all’intelletto. Nel Rinascimento, la rappresentazione dello spazio caratterizzata dall’invenzione della prospettiva ha fatto della vista il cardine del mondo percepito. Le moderne tecnologie digitali, basano il proprio rapporto con l’uomo esattamente sulla vista e sull’udito. Le informazioni vengono elaborate per essere percepite dall’occhio o dall’orecchio, la iper stimolazione visiva ed uditiva anestetizza le percezioni basate sulla totalità dei sensi, la realtà virtuale è priva di tutti quei segnali che, elaborati dal nostro cervello, ci aiutano ad avere una complessa concezione spaziale. Mentre la nostra esperienza del mondo si basa su una complessa integrazione dei sensi, l’architettura basata sulla fruizione superficiale viene pensata e realizzata per il solo senso della vista rendendola in questo modo pura immagine che non crea un ambiente sensorialmente interessante.
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Secondo l’architetto finlandese Juhani Pallasmaa, l’architettura si è trasformata in un’arte visiva: invece di proporre la creazione di un microcosmo per l’esistenza umana e una rappresentazione del mondo incarnata, insegue immagini retiniche dalla comprensione immediata. Soltanto un’architettura che preveda un’esperienza multi-sensoria può essere significativa: uno spazio che si può misurare con gli occhi, il movimento il tatto, gli odori, che realizzi cioè una compresenza di sensazioni che mettano in rapporto l’intera percezione del nostro corpo con l’ambiente costruito.

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La formalizzazione dello spazio collettivo non può non passare per una progettazione che tenga conto di processi polisensoriali nella fruizione del luogo, oltre al piacere visivo-estetico, lontani quindi dall’estetismo postmoderno, le relazioni umane negli spazi privati e collettivi saranno improntate sull’influenza fra cose e persone. Plasmare un mondo attraverso la globalità della percezione oltre alla sola astrazione visiva sarà un passo verso uno spazio umano sostenibile che si trasforma e si modella in sintonia con il nostro sentire. Pre-vedere simili luoghi significa avere a disposizioni tutti i dati del reale, e lavorare con le percezioni prevedendo mappature legate ai sensi che nella loro variabilità e interrelazione vanno a conformare nuovi sistemi di intendere il mondo. I mezzi tecnologici della percezione allargata saranno strumenti di progetto e di fruizione dei luoghi.
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Attore principale del costituirsi dell’ambiente-organismo vivente è l’uomo che interagisce con il contesto, i sistemi di interazione sono fondamentali per la perfetta integrazione uomo-natura: l’ambiente antropizzato può essere schematizzato secondo una disposizione di layer che interagiscono fra loro, i layer (livelli di percezione sensoriale) saranno alla base della prefigurazione del processo di creazione e fruizione dello spazio; essi sono delle mappe dimensionali relative alle caratteristiche fisico-chimiche del contesto e descrivono le caratteristiche della materia, i campi elettromagnetici, l’ambiente sonoro (soundscape), la composizione dell’atmosfera, le proprietà termiche etc.
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I Layer sono implementati all’interno di un software e permettono di decidere la direzione evolutiva dello spazio tenendo conto di una logica che pone il coinvolgimento uomo-natura ad un livello del sentire espresso in modo totalizzante ricordando però che, parafrasando Merlau Ponty, questa è soltanto un ipotesi ausiliaria formulata per salvare il pregiudizio di un mondo oggettivo e prevedibile ma che obbiettivamente dobbiamo riconoscere l’indeterminato come fenomeno positivo: un territorio dove le analisi logico–scientifiche non possono dare un quadro sufficientemente completo ma possono però munirci di una matrice di trasformazione della realtà non secondo sistemi astratti ma con un linguaggio di confine fra il dominio dell’arte e quello della scienza.
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Bibliografia di riferimento
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Daniela Martellotti, Architettura dei sensi, Roma, Mancosu, 2004,





















